Il primo febbraio 1962 sulla rivista “Scientific American” apparve il saggio intitolato Population Density and Social Pathology. L’autore era l’etologo John Bumpass Calhoun, che vi introdusse la definizione di Behavioral Sink (sentina comportamentale) per designare il collasso di una società a causa di anomalie del comportamento provocate dal sovraffollamento. Lo scritto, riproposto anche in un libro, diventò una fonte di suggestioni per la semiologia prossemica, la sociologia urbana e la psicologia. Per mille rivoli, l’idea del marasma del sovraffollamento urbano, fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento è confluita anche nelle tendenze del Neomoderno, posizionato in forte antitesi con le «utopie negative» o «distopie», ossia con quelle prefigurazioni apocalittiche generate dal sovrappopolamento della terra, dall’invivibilità delle metropoli e delle megalopoli, dal pauroso inquinamento ambientale, dall’invadenza della pubblicità e della televisione, dai terrificanti conflitti bellici e via discorrendo.
Tra il 2010 e il 2016 è apparso sul proscenio letterario il movimento del Realismo terminale, fondato da Guido Oldani. Il punto chiave della nuova poetica, sintetizzata nel Manifesto breve A testa in giù, sottoscritto da Oldani, Giuseppe Langella e dalla compianta Elena Salibra, è la constatazione che «il genere umano si sta ammassando in immense megalopoli, […] contenitori post-umani, senza storia e senza volto», che vedono il «trionfo della vita artificiale» e conoscono «una parossistica bulimia degli oggetti». Il grimaldello per la rilettura del reale è la «similitudine rovesciata», che prende a paragone non più la natura, ma gli oggetti.

Contigua a questo movimento è la raccolta di Vito Davoli, Tanto vale chiamarle apocalissi (Esercizi di Realismo Terminale) con traduzioni a fronte in spagnolo dello stesso autore, prefazione di Guido Oldani e postfazione di Gianni Antonio Palumbo (Edizioni Tabula Fati, Chieti 2025). Davoli condivide il concetto oldaniano di “accatastamento” umano e oggettuale del Terzo Millennio e lo incardina nei mots-clé desunti dai verbi accatastare e stivare: «accatastati i ricordi pendolari», «catasta liquida di esuli», «accatasta lamenti e litanie», «stivati dentro il piccolo ascensore», «accatastato in un tempio di latta», «fin troppo accatastati» e «banconote accatastate in un caveau» (pp. 11, 17, 35, 53, 59, 71 e 73).
L’ultima citazione disvela l’humus politico del poeta, schietto antagonista intellettuale dell’accumulazione capitalistica e finanziaria che tiranneggia il mondo e spinge l’acceleratore sul consumismo e sulla coazione all’acquisto (vedi “Al supermercato” e “Lo shopping”). La spietatezza del capitalismo affaristico viene condensata dall’autore, con l’incisività di uno slogan, nei perentori imperativi «compra consuma crepa», che hanno come ultima meta la morte per overdose o più frequentemente la macabra ma meno tragica discesa in «una fossa / destinata alla salma» (v. “Svitol”, “Capitale” e “Certi”).
In un regime siffatto, la compressione della libertà personale più autentica produce un grave senso di soffocamento, come rivela il poeta: «anche lo stormo dei gabbiani / somiglia a una catasta liquida di esuli / che s’allontanano dal mare. // c’è talmente poco spazio qui […] quasi tolgono aria. non è rimasto spazio / neanche a loro / il senso estremo della libertà / è chiuso sottovuoto // sotto la lingua d’alluminio della confezione» (v. “La confezione” e inoltre “VAR”, “Un abbraccio” e “Punti cardinali”). Nel contesto nevrotico della quotidianità contemporanea, nel recesso della quale perfino l’anima si isola «a mangiarsi le unghie» (p. 11), l’accumulazione compulsiva indotta dalla pubblicità martellante tramuta oggetti come il cellulare in asettici surrogati del seno materno (v. “Allattamenti”), tanto più perché siamo inesorabilmente schiacciati sull’istinto di conservazione, che ci parifica a «vermi / fra la necessità e l’autodifesa // …formiche eccitate ed affacendate / fra briciole di pane e ingressi nelle tane» (v. “I formicai”, dove va notata la doppia rimalmezzo del distico finale).
Cambiando metafora zoologica e riprendendo dall’autoritratto “Cavallo” della raccolta Carne e sangue del 2022 l’immagine del destriero indomito «che lotta contro la sella», l’autore può solo prendere atto che «il tempo è un abile disonesto croupier», il quale «setaccia la speranza / e ne fa sansa», introiettando un forte senso di fallimento (v. “Stalloni”).
Guido Oldani, fondatore del realismo terminale
Quella di Davoli è una catàbasi nell’inferno apocalittico metropolitano che minaccia l’esistenza umana, e, nell’emblematica poesia “Apocalissi”, situazioni in cui i visitatori di degenti in ospedale, accalcati in un piccolo ascensore «a galleggiare fra liquami di pensieri / come resti di polpa nel tetrapack» e destinati al «reparto giusto» per sfidare ed esorcizzare de visu il dolore, possono sembrare presentimenti di una catastrofe terminale, che fanno sentenziare al poeta: «tanto vale chiamarle apocalissi», asserzione elevata a titolo della silloge. Ma forse i quattro cavalieri dell’apocalisse giovannèa sono già sanguinosamente apparsi in Palestina e altrove con «una vendemmia di grappoli colmi / enormi chicchi di metallo sibilante / che bagnano di schizzi anche le guance / dei bambini», mentre l’utopia di un «nuovo ordine nuovo […] si scontra con palazzi diroccati e arti mutilati» e «con un tappeto infinito di corpi» (v. “La domenica delle Palme 2025”, “Lo stargate” e “Etico ed anastetico”).
Ne deriva una visione sconsolata ma virile della vita, dove gli umani, intenti alla recita sociale per incrementare la “visibilità”, vengono declassati, con una similitudine rovesciata, al ruolo di addobbi natalizi. La loro ambizione è che essi, pur consapevoli della propria minore luminosità rispetto al puntale stellare, con l’ausilio di due fioche «lucine» possano luccicare almeno un poco. Fatto sta che, al termine della «festa» esistenziale, essi saranno messi da parte. Ma ecco che un beffardo aprosdóketon capovolge la situazione: in fin dei conti, anche la stella in cima all’abete subirà la stessa sorte. Per gustare anche il guizzo finale, vale la pena citare l’intera poesia “Sulla cima”.
impiccàti come palle di natale luccicanti
al nostro tempo
presto si esaurirà la festa
ci bastano anche solo un paio di lucine accanto
giusto il tempo di riflettere qualcosa
una qualunque cosa che ci faccia brillare
pur sapendo
di non poter mai essere la stella luminosa
sulla cima
dopotutto pure quella andrà in cantina
Un’altra efficace similitudine a canone inverso è l’equiparazione dell’anima a una pettiniera che custodisce solo schegge di dolori capaci di dare pregnanza alla crescita umana: «ho trasformato l’anima / in una petineuse. / ripongo nei cassetti solamente / pezzetti di dolori / né gioie né preziosi / ma è soltanto dei primi / che riconosco carati e valore. / il resto sono pause / prima che il giorno scemi / ed io torni a sedere» (“La petineuse”).
Altre similitudini rovesciate riguardano un corporale candore femminile: «il tuo corpo di mandorle e orzata» (p. 23), oppure il lungomare mattutino che «pare un bordo di padella» (p. 85), o ancora, sull’orizzonte di un pigro Sud estivo, il sole – simbolicamente riprodotto in copertina – che «sembra un pallone da basket […] un po’ scuro e pesante ma ha già dentro / la luce dell’arancia, se lo tagli» (p. 83).
La catàbasi di Davoli continua poi tra le lande dell’inquinamento, con la visione di una realtà «ribaltata», di uno scorcio campestre deturpato da una discarica abusiva: «c’è il frigorifero ch’è spalancato / colmo fino all’orlo d’acqua piovana / tracima mentre passeri e colombi / bevono e volano alterni sul bordo» (“Un campo”). Ma non si tratta di un riscontro occasionale, perché fonte di degrado ambientale è pure lo spreco più sconsiderato, con tutta la stanchezza allibita di «una bambola a testa in giù nell’immondizia / solo perché le si è distorto un occhio» (“Stanchi”).
Lo sguardo del poeta si posa anche sul proprio volto e Davoli lo fa ricorrendo al topos letterario dello specchio. La superficie levigata può essere scaturigine di auto-riflessione, come in “Briciole”, oppure strumento di smascheramento, come in “Stanchi”, ma nella lirica “Il buio” lo specchio può concretizzarsi addirittura in una membrana notturna che ci accoglie o ci blocca: «quei lunghi viali oscuri nella notte […] si percorrono a caso e un po’ per sbaglio: // pare ci sia ancora chi fa fatica / in quel silenzio che costringe / a stare a faccia a faccia con se stessi. // e il buio tristemente si fa specchio: / o si attraversa o ci si volta indietro / per restare comunque o pietra o sale». Qui la cadenza dei tre endecasillabi finali si spegne in allitterazione e assonanza con una chiara allusione al mito biblico della moglie di Lot, trasformata in statua di sale per essersi voltata a guardare indietro, nonostante il divieto di Dio.
Quel Dio che nella Genesi vieta, nei versi della silloge in esame si affaccia col volto minaccioso di Zeus, perché «la deterrenza pare apra la via / alla felicità ma si rifiuta / di chiamare ricatto il risultato» e l’individuo, destinato ineluttabilmente al consumismo e al trapasso più crudo nella gabbia dell’establishment, non si accorge che quel «po’ di libero arbitrio» concessogli non è altro che il lubrificante dell’ingranaggio capitalistico (“Svitol”). In questa visione materialistica, l’incipit del Vangelo giovannèo «In principio era il Verbo […] E il Verbo si è fatto carne» viene sarcasticamentre decostruito e parificato a «una falsa offerta a prezzo rigonfiato», a mera creazione generativa verbale, dove Dio però rimane «muto / accatastato in un tempio di latta / insieme a altre sardine dell’Olimpo» (v. “Il Verbo”).
L’atteggiamento umano, a sua volta, è ipocrita e passivo di fronte a un precetto rivoluzionario come quello che i Vangeli di Matteo e Marco hanno ereditato dal Levitico: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Per la falsità e «l’incapacità» degli uomini, il comandamento – conclude con amara ironia l’autore – ha la stessa efficacia «dei manuali / di sicurezza al posto di lavoro» (“Il manuale”). Tuttavia, fatto salvo l’invito accorato all’altruismo (del resto presente anche nel buddismo, nell’induismo, nel giainismo e nell’islamismo), per il poeta l’anelito religioso non è poi così lontano dalla concezione marxiana che interpreta la religione come «l’oppio dei popoli», tanto è vero che gli umani hanno necessità di rassicurazione «rispetto al fatto di essere in balia / totale di eventi incontrollabili» e quindi hanno «bisogno di un dio» marionettista, «che muova i fili» (“Complotti”). L’altra faccia della medaglia è la distanza siderale di un Padre immoto «nei cieli», insensibile alle stragi e soprattuto, ancora una volta, «muto» (“Colloqui”).
Davoli vive sulla propria pelle la dicotomia tra Assoluto trascendente e materialità banale e inerte, giungendo a scrivere: «siamo […] porte di luce aperte all’assoluto […] buchi nel tempo / occhi sull’infinito / o un semplice taglio nell’emmenthal / un semaforo senza colori caduto» (“Sul Tevere”). La tensione verso l’Assoluto spinge il poeta a riscoprire il mondo con incantato stupore, alla stregua di un «fanciullino» pascoliano in attesa di una fulminante parusìa: «io vivo nell’incanto dell’evento. / qualcosa di speciale porta ognuno. // resto così ad attendere lo scoppio / l’epifania della rivelazione. / un bimbo di fronte al televisore / la scena dopo la pubblicità. // e ricordare lì l’interruzione» (“La pausa”, con un epilogo a rima distanziata).
Guido Oldani con Vito Davoli
Risalendo dagli abissi macro-urbani, l’anàbasi di Davoli conosce il conforto dell’amore (v. “Solleone” e “Sul santuario del tuo corpo solenne”) e «il profumo […] dell’amata libertà» (v. “Il luna park”). Può così affidarsi a guizzi ironici più lievi e giocosi di quelli più grevi già segnalati. L’antidoto alle brume soffocanti dell’èrebo metropolitano è visto nuovamente nella sorpresa di un aprosdóketon, che, ribaltando le premesse, conduce a un divertito effetto di straniamento, come in “L’enigmista”: «forse è scarabocchiando sentimenti […] che viene fuori l’anima e il suo volto. […] non so / vale la pena / però sporcare fogli / e sporcarsi le dita. / (magari poi leccarle / per evitare di godere soltanto a metà)», oppure in “La frittura”: «la vita, quella vera, è un’ambizione / che sfrigola di voglie e desideri / e finisce per bruciarsi in padella» (di nuovo con una rimalmezzo).
Dietro questo schermo ludico e sentenzioso, però, si può intravedere un insegnamento morale superiore a quello di maestri e idoli intercambiabili, tanto più incisivo quanto inatteso rispetto al passato: «poi una casa famiglia spartana / due occhi lividi con una storia in grembo / stretta fra braccia viola di dolore / come una culla a dondolo immobile // con il silenzio mi dà lezioni / di cui scopro di avere più bisogno» (“La casa famiglia”). Forse questa sofferta empatia, che può portare alla solidarietà assecondata dall’amore materno e paterno, è la strada per la ricerca di un rinnovato umanesimo.
Almeno un cenno merita la lingua poetica di Davoli, che fluisce piana e discorsiva, attingendo a piene mani a forestierismi (pedigree, touchscreen, petineuse, shopping, chroma key, caveau, croupier, basket, stargate, bip, ecc.), ma non disdegna forme letterarie come i verbi trasecolare (p. 63), caro a Burchiello, Aretino, Forteguerri e Pascoli, e indiarsi (p. 71), creato da Dante e ripreso da Pascoli e d’Annunzio, senza dire dell’impiego del plurale legne (p. 13), registrato dai vocabolari, ma di gusto popolare per essere ancora in uso nel toscano periferico delle isole d’Elba e del Giglio.
In definitiva, la raccolta poetica di Vito Davoli Tanto vale chiamarle apocalissi, che l’autore con una dichiarazione di omaggio e insieme di understatement chiama Esercizi di Realismo Terminale, s’impone per un’articolazione affabulatoria calibrata tra catàbasi e anàbasi, andando dal dialogo alla denuncia politica, dall’antibellicismo al pàthos civile, dal sarcasmo all’ironia, per giungere a una fiera condanna delle metropoli tentacolari e disumanizzanti, dietro le quali opera una cinica oligarchia e tecno-oligarchia planetaria che muove i fili economico-politici del mondo, mentre la più gran parte dell’umanità sembra scivolare senza scampo verso un punto di non-ritorno.
Marco Ignazio de Santis
V. DAVOLI, Tanto vale chiamarle apocalissi / Más valke llamarlas apocalipsis.
Esercizi di Realismo Terminale, edizione bilingue italiano-spagnolo,
traduzioni dell'autore, prefazione di Guido Oldani, postfazione di Gianni A. Palumbo,