Quarantasei liriche taglienti come un bisturi: Italo Interesse legge le "Apocalissi" sul Quotidiano di Bari

 Edita da Tabula Fati l’ultima silloge del nostro Vito Davoli, poeta, critico letterario, saggista e traduttore

Quarantasei liriche taglienti come un bisturi

Una umanità sconfi tta e moralmente impoverita seduta “sul lastrico di una speranza” è al centro di una rifl essione amara, tuttavia assolutiva


Il pianeta languisce, l’umanità cresce solo numeri camente. Non è un caso se di fatto siamo entrati nella terza guerra mondiale. Una pletora di insoddisfatti, di frustrati, di confusi e di perdenti sembra proiettarsi verso la cuspide di un’ideale parentesi graffa oltre la quale si palesa l’Armageddon.

Che nome dare a tante vite omologate e fallimentari? “Tanto vale chiamarle apocalissi” suggerisce Vito Davoli nella sua ultima ed omonima silloge edita da Tabula Fati: quarantasei liriche taglienti come un bisturi omaggiano il pensiero di Guido Oldani. Una umanità sconfitta e moralmente impoverita seduta “sul lastrico di una speranza” è al centro di una riflessione amara, tuttavia assolutiva. 

È vero, riconosce Davoli, siamo diventati prodotti da banco (“ordinati alli neati e impettiti… sullo scaffale”), ci comportiamo come “formiche eccitate e affaccendate” e siamo ‘stanchi’ “come le maschere che da un giorno all’altro / lo specchio stanco pure lui restituisce”. Ma fino a che punto è colpa nostra?

Se andiamo a vedere la Storia come al ‘VAR’ (il video assistente arbitrale che al calcio smaschera peccati e peccatori), ci sarebbe di che ‘crocifiggere’ un Dio “muto / accatastato in un tempio di latta / insieme ad altre sardi ne dell’Olimpo”, un Dio indolente e infingardo, come quegli alunni che a scuola sono il tormento degli insegnanti (“Sì, signora’, è certo un bravo ragazzo /ma non si impegna e può fare di più”). 

Siamo pedine di un gioco, intrappolati in una Matrix che però ogni tanto ha i suoi ‘glitch’. Niente paura comunque, “è concesso un po’ di arbitrio / quanto basta alla ruota del congegno / a sopportare un dente difettato”. E il libero arbitrio – cavillo che dichiara il Padreterno non perseguibile per non aver commesso il fatto – ha lo stesso effetto dello ‘Svitol’ sui meccanismi arrugginiti: “Una goccia… et voilà / tutto torna a girare come deve”. In alternativa, “le lacrime sono lubrificante / del motore del giorno ormai vicino”. E pazienza se tutto questo è allegro quanto “una ruota panoramica spenta”, se il “migliore dei maestri oleari da convinzioni / setaccia la speranza e ne fa sansa”.

E visto che si parla di pazienza, l’uomo dell’era globale pare ne abbia più d’ogni altro suo predecessore: “Compra consuma crepa è il tuo destino… questo destino cinico ci burla / come una falsa offerta a prezzo rigon fiato”.

“Scarabocchiando sentimenti”, provando “ad afferrare dai capelli / quel pensiero la parola / che il foglio non ha mai fermato”, Vito Davoli va avanti così, in solitudine. Dissidente, mette in dubbio la perfezione e la sensatezza del Creato. Il pessimismo di fondo, la desolazione da impotenza, la delusione da ‘cattivo spettacolo’ che intridono la sua silloge rappresentano il ‘prezzo’ dell’aver messo in dubbio le Scritture.

Silloge ‘coraggiosa’, ricca di brevi e potentissime aperture, ‘Tanto vale chiamarle Apoca lissi’ è voce teneramente blasfema.

Italo Interesse
sul «Quotidiano di Bari» del 02/12/2025, p.9

Altri post

Leggendo «E ti vengo a pensare» di GRAZIELLA DI BELLA

La misura di un verso che coglie le essenze: DANTE MAFFIA recensisce CARNE E SANGUE