GIANNI ANTONIO PALUMBO torna sulle "Apocalissi" con una nuova recensione su "Quindici Molfetta"
Oldani ha tenuto a battesimo con la sua prefazione il volume di Davoli. Un libro di poesia bello e intenso, che si innesta felicemente nei temi e motivi cari allo scrittore molfettese già nelle sue precedenti raccolte, Contraddizioni e Carne e sangue. A Oldani Davoli dedica uno dei componimenti della silloge, assimilandolo a uno chef stellato di cui non ambisce raccogliere la stella. Preferisce infatti seguirne il percorso e, piuttosto che incasellarsi in etichette precostituite, privilegiare la scelta da un menu à la carte. Tale immagine denota la volontà di Davoli di mantenere una propria indipendenza artistica, pur simpatizzando per il Movimento del Realismo Terminale.
Del Realismo Davoli eredita, per esempio, il motivo dell’accatastamento. Esso appare richiamato sin nella poesia d’avvio, in cui, con una soluzione originale, l’autore immagina i propri ricordi ammucchiati nei vagoni di un treno che corre troppo veloce perché lui, che pur desidera fissare le immagini dei vari compartimenti, possa catturarne in maniera stabile anche un semplice fotogramma. Non sono solo i ricordi, però, a patire la realtà dell’accatastamento.
L’apocalisse di cui scrive Davoli non si presenta quale propagazione incontrollata di fiamme e non è accompagnata dalle trombe del giudizio. È una sorta di inferno di plastica, con le nostre città impacchettate in preda a un tale senso di asfissia che il cielo può a malapena essere intravisto ai bordi della confezione. Il volo stesso dei gabbiani, che si contendono scorci asettici di azzurro, non si comprende bene se sia poesia (e quanta fumosa iattanza avanguardistica ha condannato la presenza del gabbiano in contesti poetici!) o sventura. In questo secondo caso, infatti, dovremmo concepirli quali icone di fuga da un bastimento destinato a inabissarsi.
Nell’inferno dell’oggi la vita umana si consuma nel trionfo scintillante dell’apparenza. Davoli ci assimila a prodotti da scaffale di supermarket, ciascuno impacchettato e infiorettato nell’attesa del premio di divenire oggetto di un acquisto. Solo lo sguardo degli altri, infatti, ci valorizza e fa esistere. Così esibiamo la nostra fragilità, smaniosi di apparire la lucina che brilla più di altre, quando invece siamo solo palloni gonfiati che vanamente s’indiano prima dello scoppio finale. Nessuno di noi è più faber fortunae suae; galleggiamo pressoché lobotomizzati alla stregua di cose morte, “fra liquami di pensieri / come resti di polpa nel tetrapak”.
Ancora una volta ricorre nell’opera di Davoli il corpo a corpo con il sacro. Che si parli di Dio, Zeus, di un x demiurgo, lo scrittore sembra lanciare all’Assoluto una serie di provocazioni, quasi a voler suscitare quel momento epifanico che smentisca l’impressione di insensatezza cosmica. A tratti egli sembra concordare con l’idea della morte di Dio, e suffragare la convinzione che la divinità sia invenzione dell’essere umano, che altrimenti si avvertirebbe in balia di forze indomabili e misteriose. In altri momenti, però, si fa strada la speranza, e soprattutto appare vivido l’insegnamento del sacrificio di Cristo, il suo amore per l’umanità. Ciò di cui Davoli non sembra poter fare a meno è infatti l’etica cristiana – quella vera –; è quel movimento, già biblico, d’amore verso il prossimo, un comandamento che a tratti sembra partecipe del medesimo destino di inutilità dei manuali di sicurezza sui posti di lavoro. Eppure di quelle cose apparentemente inutili l’uomo ha disperatamente bisogno. Tra ironia e levità, atti di accusa verso l’umana insipienza e la barbarie galoppante, Davoli ci induce a interrogarci sul limitare di un’apocalisse chiassosa e silente, perché possiamo, forse, liberarci dal sentore di asfissia che sordo ci accompagna giorno dopo giorno.
Gianni Antonio Palumbo
su «Quindici Molfetta» del gennaio 2026
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