GIANNI ANTONIO PALUMBO torna sulle "Apocalissi" con una nuova recensione su "Quindici Molfetta"

È stata pubblicata sul finire del 2025, per i tipi di Tabula Fati, la silloge Tanto vale chiamarle apocalissi dello scrittore molfettese Vito Davoli.
Fortemente indicativo appare il sottotitolo, Esercizi di Realismo Terminale, che inscrive l’opera di Davoli nel contesto delle espressioni del cosiddetto Realismo Terminale, movimento nato nel 2012, ma in realtà originato dal pamphlet di Guido Oldani pubblicato nel 2010 da Mursia. L’avvento di un’epoca postumana, la tendenza degli individui all’accatastamento nelle metropoli, il costante processo di artificializzazione del reale, in virtù del quale l’uomo si configura sempre più quale una “faraona cucinata, il cui ripieno è dato dal maggior numero di oggetti possibili” (cito dal pamphlet di Oldani): questi sono solo alcuni dei motivi della lucida radiografia del reale compiuta da Oldani, che si domandava, nel suo scritto teorico, se l’umanità sia destinata a liberarsi da una condizione analoga alla mummificazione e andare incontro al destino “del bozzolo-farfalla”, oppure il suo debba apparire sempre più, semmai, un “bozzolo-sarcofago”. Strumento privilegiato della visione del Realismo Terminale è la similitudine rovesciata, che mutua i propri procedimenti analogici non dal mondo della natura, ma da quello degli oggetti (si pensi al superamento di immagini quali “corre come una lepre” a favore di “corre come un treno”).

Oldani ha tenuto a battesimo con la sua prefazione il volume di Davoli. Un libro di poesia bello e intenso, che si innesta felicemente nei temi e motivi cari allo scrittore molfettese già nelle sue precedenti raccolte, Contraddizioni e Carne e sangue. A Oldani Davoli dedica uno dei componimenti della silloge, assimilandolo a uno chef stellato di cui non ambisce raccogliere la stella. Preferisce infatti seguirne il percorso e, piuttosto che incasellarsi in etichette precostituite, privilegiare la scelta da un menu à la carte. Tale immagine denota la volontà di Davoli di mantenere una propria indipendenza artistica, pur simpatizzando per il Movimento del Realismo Terminale.


Del Realismo Davoli eredita, per esempio, il motivo dell’accatastamento. Esso appare richiamato sin nella poesia d’avvio, in cui, con una soluzione originale, l’autore immagina i propri ricordi ammucchiati nei vagoni di un treno che corre troppo veloce perché lui, che pur desidera fissare le immagini dei vari compartimenti, possa catturarne in maniera stabile anche un semplice fotogramma. Non sono solo i ricordi, però, a patire la realtà dell’accatastamento.

L’apocalisse di cui scrive Davoli non si presenta quale propagazione incontrollata di fiamme e non è accompagnata dalle trombe del giudizio. È una sorta di inferno di plastica, con le nostre città impacchettate in preda a un tale senso di asfissia che il cielo può a malapena essere intravisto ai bordi della confezione. Il volo stesso dei gabbiani, che si contendono scorci asettici di azzurro, non si comprende bene se sia poesia (e quanta fumosa iattanza avanguardistica ha condannato la presenza del gabbiano in contesti poetici!) o sventura. In questo secondo caso, infatti, dovremmo concepirli quali icone di fuga da un bastimento destinato a inabissarsi.

Nell’inferno dell’oggi la vita umana si consuma nel trionfo scintillante dell’apparenza. Davoli ci assimila a prodotti da scaffale di supermarket, ciascuno impacchettato e infiorettato nell’attesa del premio di divenire oggetto di un acquisto. Solo lo sguardo degli altri, infatti, ci valorizza e fa esistere. Così esibiamo la nostra fragilità, smaniosi di apparire la lucina che brilla più di altre, quando invece siamo solo palloni gonfiati che vanamente s’indiano prima dello scoppio finale. Nessuno di noi è più faber fortunae suae; galleggiamo pressoché lobotomizzati alla stregua di cose morte, “fra liquami di pensieri / come resti di polpa nel tetrapak”.

Gianni Antonio Palumbo

Ancora una volta ricorre nell’opera di Davoli il corpo a corpo con il sacro. Che si parli di Dio, Zeus, di un x demiurgo, lo scrittore sembra lanciare all’Assoluto una serie di provocazioni, quasi a voler suscitare quel momento epifanico che smentisca l’impressione di insensatezza cosmica. A tratti egli sembra concordare con l’idea della morte di Dio, e suffragare la convinzione che la divinità sia invenzione dell’essere umano, che altrimenti si avvertirebbe in balia di forze indomabili e misteriose. In altri momenti, però, si fa strada la speranza, e soprattutto appare vivido l’insegnamento del sacrificio di Cristo, il suo amore per l’umanità. Ciò di cui Davoli non sembra poter fare a meno è infatti l’etica cristiana – quella vera –; è quel movimento, già biblico, d’amore verso il prossimo, un comandamento che a tratti sembra partecipe del medesimo destino di inutilità dei manuali di sicurezza sui posti di lavoro. Eppure di quelle cose apparentemente inutili l’uomo ha disperatamente bisogno. Tra ironia e levità, atti di accusa verso l’umana insipienza e la barbarie galoppante, Davoli ci induce a interrogarci sul limitare di un’apocalisse chiassosa e silente, perché possiamo, forse, liberarci dal sentore di asfissia che sordo ci accompagna giorno dopo giorno.

Gianni Antonio Palumbo
su «Quindici Molfetta» del gennaio 2026


V. DAVOLI, Tanto vale chiamarle apocalissi / Más valke llamarlas apocalipsis.
Esercizi di Realismo Terminale, edizione bilingue italiano-spagnolo,
traduzioni dell'autore, prefazione di Guido Oldani, postfazione di Gianni A. Palumbo,

 

 




Altri post

Quarantasei liriche taglienti come un bisturi: Italo Interesse legge le "Apocalissi" sul Quotidiano di Bari

Leggendo «E ti vengo a pensare» di GRAZIELLA DI BELLA

In anteprima, la prefazione di GUIDO OLDANI a TANTO VALE CHIAMARLE APOCALISSI di prossima uscita