Una poesia di MARCO CINQUE dedicata a "Tanto vale chiamarle apocalissi"

Considero Marco Cinque ormai un fratello maggiore... e credo che sia giusto così. Credo si tratti dei "benefici occulti" della poesia, quelli che riescono ad avvicinare indipendentemente dalle distanze fisiche, quelli che riescono a riempire di senso i non-detti possibili anche quando si è fisicamente vicini. Un universo al di là del vissuto e del tempo in cui si vive, che fa esperienza della percezione e percezione dell'esperienza, inconrniciandole in un abbraccio che sa di valore assoluto. Del resto, come scriveva don Tonino Bello citando Luciano De Crescenzo, gli angeli con una sola ala hanno bisogno di abbracciarsi per volare e come ha (ri)scritto qualche giorno fa un altro caro amico fraterno «Gli angeli con le ali storte sono quelli che volano più in alto».


Sono commosso per i versi che Marco dedica alle mie imperfezioni, alle mie contraddizioni, quel «dolore medicato dall'ironia» che disegna «ferite senza accapo / dove leggere il proprio destino». Non una lettura critica che vivisezioni le intenzioni ma un accompagnare all'inferno e sperimentare insieme il come se ne esce perché «forse è un po' come donare / uno sguardo senza frontiere / una direzione priva di approdo / un traguardo orfano della fine», nell'illusione o nella speranza che così è davvero possibile «lasciare uno spiraglio per resistere / e un altro per riuscire a fuggire / e una maledizione da benedire».
Grazie di cuore, caro Marco.
Grazie davvero!

TANTO VALE CHIAMARLE APOCALISSI
(a Vito Davoli) 
 
Forse è un po' come cercare
lo straordinario nell'ordinario
nelle piccole apocalissi personali
le deliranti apocalissi collettive 
 
negli esercizi di realismo terminale
una pratica di poetica quotidiana
nelle visioni attraverso metafore
uno spalancarsi di vita concreta 
 
e un'offerta felice a ogni ascolto
e un dolore medicato dall'ironia
e un verso spezzato per rinascere 
 
quasi come a volerne esorcizzare
una morte sempre più innaturale
nel disegno di ferite senza accapo
dove leggere il proprio destino. 
 
Forse è un po' come trovare
una lingua nuova per dire
quello che non riusciamo a dire
per rendere il pensiero tangibile 
 
forse è un po' come donare
uno sguardo senza frontiere
una direzione priva di approdo
un traguardo orfano della fine 
 
anche se un'unghia incarnita
grida vendetta a ogni passo
anche se le parole possibili
rivendicano il diritto all'inciampo 
 
consapevoli del proprio limite
prigioniere del ballo in maschera
dove cercare i pezzi mancanti
al puzzle dell'Intelligenza artificiale 
 
e lasciare uno spiraglio per resistere
e un altro per riuscire a fuggire
e una maledizione da benedire 
 
e una rabbia da confiscare all'errore 
e una nudità per poter ricominciare
a contare le spine della coscienza 
 
che nel frattempo è tornata carne
e sangue che scorre nelle pagine 
nei singhiozzi, nelle pause, nei respiri 
 
come un fiume che non puoi decifrare
ma solo seguirne l'incanto ininterrotto
il suo smisurato fluire.

Marco Cinque 

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