Con chi si accoppia la Cultura. Una riflessione sulla presunta insufficienza di un patrimonio sconosciuto. La via LANGER.

1. Un po' sfortunata 𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘢 𝘊𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢 mentre passa da partners inaffidabili e compromettenti ad altri un po' più seri ma egocentrici e concentrati solo su se stessi.

Relegata dalla terza pagina (erano i fantastici anni del Mesozoico novecentesco) all'ultimo vagone del convoglio dell'informazione, le si è combinato un matrimonio con il 𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳 𝘚𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘤𝘰𝘭𝘰 per cui ancora oggi non è difficile imbattersi in testatine che ricordano partecipazioni matrimoniali di 𝘊𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢 & 𝘚𝘱𝘦𝘵𝘵𝘢𝘤𝘰𝘭𝘰 e al cui tavolo degli invitati non è affatto raro imbattersi in un Pasolini seduto accanto a Sal Da Vinci o in una Alda Merini che fa l'occhietto al nuovo protagonista de "Il Segreto" o ancora in un Dario Fo che calca il seguito del palco della recita di Natale dei bambini della parrocchia… tanto, volendo, sempre cultura è. Come se bastassero un palco, una passerella qualunque e qualche riflettore per creare quell'atmosfera suggestiva che fa tanto aristocratica raffinatezza un po' snob con cui certi sedicenti stilisti letterari tentano in ogni modo di vestire la Signora. Contro quegli altri, quelli avveduti, quelli al passo coi tempi i quali, a furia di storcere il naso rispetto al passato, passano disinvoltamente da merletti, ventagli, girelli e ciprie in stile corte Luigi XVI a cafonate fatte di canottiera teatrale, calzini letterari, stecchino filosofico e sandali poetici, facendo passare il tutto sotto l'ombrello del nazional-popolare.

Più recentemente nostra 𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳𝘢 𝘊𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢 è parso aver avuto più fortuna nel matrimonio con un giovante aitante, ambito e frequentatissimo. Il 𝘚𝘪𝘨𝘯𝘰𝘳 𝘛𝘶𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰, tuttavia, sembrerebbe peccare di una certa forma di egocentrismo che tende ad accentrare su di sé tutto ciò che gli si approssimi, come una sorta di buco nero il cui orizzonte degli eventi (economico!) è un corollario di aggettivi a senso unico: 𝘵𝘶𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘤𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢𝘭𝘦 senza alcuna cultura turistica; e così anche per 𝘵𝘶𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘦𝘯𝘰𝘨𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰𝘯𝘰𝘮𝘪𝘤𝘰, 𝘵𝘶𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘢𝘳𝘤𝘩𝘦𝘰𝘭𝘰𝘨𝘪𝘤𝘰 e perfino 𝘵𝘶𝘳𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘢𝘮𝘣𝘪𝘦𝘯𝘵𝘢𝘭𝘦, e oltre...
Un'impostazione caratteriale, quella del giovanotto, che tende a immobilizzare 𝘪𝘯 𝘭𝘰𝘤𝘰 e a cristallizzare nel tempo un patrimonio di gemme che andrebbero non solo esposte in vetrina ma indossate ed esibite (leggi: sviluppate) in giro. Al rischio della palude in attesa, meglio preferire la freschezza prospettica del viaggio. Un senso della diffusione che dà più valore all'idea di condivisione attiva e meno di concessione generosa, per quanto competente.


Mettiamola così: mettere in scena l'Amleto con la colonna sonora di Cristiano Malgioglio non è ricerca stilistica ma la triste mancanza di consapevolezza e di identità del destino della cultura; pellegrinare alla cieca fra somelier e speleologi un tanto al chilo, non è un nuovo sistema culturale ma un disinfettante spruzzato abbondantemente sulla ferita; recitare 𝘝𝘦𝘳𝘳𝘢̀ 𝘭𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘦 𝘢𝘷𝘳𝘢̀ 𝘪 𝘵𝘶𝘰𝘪 𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 con sottofondo una trap a palla di Rocco Hunt non è originalità: è 'na cazzata!
Se è vero, allora, che non c'è due senza tre, perché non provare a pensare a un terzo matrimonio per tentare di restituire un po' di serenità all'intristita Signora?
Un giovane trentino, qualche tempo fa, le ha presentato un uomo bello come il sole (24 ore) ma in uno stato di salute non proprio scoppiettante (o forse troppo scoppiettante), con il quale comunque, dati i tratti caratteriali di entrambi, il matrimonio potrebbe rivelarsi straordinariamente riuscito. Si può pensare allora ad un rapporto fra 𝘊𝘶𝘭𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘦 𝘈𝘮𝘣𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦? Forse si deve. E forse è il caso di abbandonare metafore e ironie a favore della complessità di un discorso che meriterebbe di essere compreso a fondo.

2.
E veniamo dunque a questo possibile matrimonio fra 𝑪𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒆 𝑨𝒎𝒃𝒊𝒆𝒏𝒕𝒆; che sembrerebbe una novità, eppure già dagli anni '70 e '80 ALEX LANGER (ambientalista e pacifista trentino,1946-1995) strutturava una riflessione che li vedeva profondamente interconnessi. Oggidì è certamente più agevole entrare nella profondità della visionarietà speculativa di Langer se non altro perché i concetti di 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 e di 𝑒𝑓𝑓𝑒𝑡𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑎𝑡𝑒𝑟𝑎𝑙𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑠𝑣𝑖𝑙𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑐𝑎𝑝𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐𝑜 𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑖 𝑖 𝑐𝑜𝑠𝑡𝑖 sono facilmente percepibili se non esattamente misurabili sulla pelle stessa dell'individuo. E per misurabili intendo, in ultima istanza, anche i risultati delle analisi di laboratorio che ognuno di noi periodicamente esperisce! E per i quali, ai giorni nostri, neppure il proverbiale “basta che c'è la salute” sembra più essere sufficiente.

La velocità come requisito fondamentale della 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑛𝑐𝑒, anche a discapito della qualità e dell'efficacia; il concetto facilone ed approssimativo di massima resa col minimo sforzo; la distorsione del concetto di 𝑑𝑖𝑔𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝑙𝑎𝑣𝑜𝑟𝑜 attraverso la maturazione sociale dell'idea della 𝑝𝑒𝑟𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑛𝑐𝑒 come realizzazione professionale, coincidente con quella personale, quindi del ribaltamento, ormai assimilato, del “lavorare per vivere” in “vivere per lavorare”; la autoimposta necessità della misurabilità scientifica e certosina di ogni aspetto del vivere quotidiano, prerequisito del primato dell'economia come parametro visibile quand'anche non perfettamente comprensibile («Molti dei nostri comportamenti non sono eticamente accettabili perché non sono moltiplicabili per cinque miliardi», scriveva Langer); fino ad arrivare alle estreme conseguenze di sintomatologie moderne legate a nuove forme di malessere e di vere e proprie patologie contemporanee perfettamente “al passo coi tempi”; ecco, tutto questo – e molto altro – costituisce il “patrimonio” per il quale illusoriamente ci si spende, fino anche all'esaurimento delle risorse e delle energie, nel tentativo di realizzare una felicità illusoria, appunto, individuale e isolata e in nome del quale si è disposti progressivamente ad alzare l'asticella del 𝑠𝑎𝑐𝑟𝑖𝑓𝑖𝑐𝑖𝑜 (questo spesso collettivo, comunitario e sociale) perdendo di vista l'autenticità del 𝑏𝑒𝑛𝑒𝑓𝑖𝑐𝑖𝑜 di un ipotetico risultato – per lo più individuale – che è e resta coincidente con il nucleo fondamentale della struttura capitalistica.


È dunque necessaria una riflessione e una maturazione dei suoi esiti in senso 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙𝑒 come 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑡𝑖𝑜 𝑠𝑖𝑛𝑒 𝑞𝑢𝑎 𝑛𝑜𝑛 per l'assimilazione della consapevolezza delle falle di questo sistema nel quale più che navigare, si galleggia o, peggio, si annega. E, parimenti, ampliare un orizzonte osservativo che sveli la realtà di quel mare in quanto mare; che, cioè, ci si ponga criticamente di fronte al tentativo di comprensione del proprio essere ontologicamente e inevitabilmente considerato nel rapporto col proprio 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑜 e con la 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 che in quel tempo si sviluppa, accanto alla consapevolezza del proprio 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜 in quella Storia. Che è per forza un posto condiviso se non altro perché impossibile che sia unico e assoluto.
Così, quel 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜 in quella (o questa) 𝑆𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 non può prescindere dall'𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡 (in senso ampio) che è materiale, filosofico, spirituale, culturale e 𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑎𝑙𝑒 (in senso stretto, come ℎ𝑎𝑏𝑖𝑡𝑎𝑡) giacché 𝐶𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 non è statica assunzione di uno 𝑠𝑡𝑎𝑡𝑢𝑠 𝑞𝑢𝑜 nozionistico, folkloristico o, peggio, libresco ma un sistema condiviso di valori e di obiettivi attorno a cui si stringe, si struttura e si organizza un'intera comunità.

È proprio alla cultura che si affida il compito di fungere da frangiflutti contro quella che Langer definiva la “falsa ricchezza” prodotta dalla società dei consumi, che è prima di tutto, appunto, un problema culturale: «Da qualche secolo e in rapido crescendo si produce falsa ricchezza per sfuggire a false povertà». Eppure – anche sul piano geopolitico – non ci si può esimere da una qualche assunzione di 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑜𝑛𝑠𝑎𝑏𝑖𝑙𝑖𝑡𝑎̀ giacché obiettivamente, mentre «le cause dell’emergenza ambientale (…) ricevono quotidianamente un massiccio e pressoché plebiscitario consenso di popolo», le crisi che ne conseguono, sempre più evidenti e acute, nascono piuttosto da un 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑜𝑟𝑡𝑜 nel quale gli errori non sono imputabili alle sole le élite tecniche ma soprattutto ad una 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑐𝑜𝑙𝑙𝑒𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎 che consente e addirittura sostiene modelli insostenibili.
Nel pensiero di Alexander Langer, il rapporto tra 𝑪𝒖𝒍𝒕𝒖𝒓𝒂 𝒆 𝑨𝒎𝒃𝒊𝒆𝒏𝒕𝒆 non è un semplice incrocio tematico ma il fondamento stesso dell'osservazione e della consapevolezza antropologica a cui risponde la sua proposta politica. La crisi dell'ambiente – per osservare la quale è necessario identificare e collocare esattamente la 𝑝𝑎𝑡𝑜𝑙𝑜𝑔𝑖𝑎 in quanto tale e i relativi 𝑠𝑖𝑛𝑡𝑜𝑚𝑖, 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑠𝑐𝑎𝑡𝑒𝑛𝑎𝑛𝑡𝑖 e 𝑐𝑎𝑢𝑠𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑢𝑒𝑛𝑡𝑖 – è fondamentalmente crisi di immaginario, di valori, di desideri la cui 𝑡𝑒𝑟𝑎𝑝𝑖𝑎 𝑑'𝑢𝑟𝑡𝑜 non può passare esclusivamente per la correzione di tecnologie o normative ma deve passare per una trasformazione – e direi rifondazione – della 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 che sostiene i nostri modelli di vita.

È la cultura ciò che permette di riconoscere il limite, di coltivare la misura, di sviluppare una sensibilità verso ciò che non è immediatamente utile o 𝑚𝑜𝑛𝑒𝑡𝑖𝑧𝑧𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒. È 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 la capacità di vedere il mondo come 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑢𝑛𝑒 e non come deposito di risorse. È 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 la disponibilità a rallentare, a convivere, a scegliere 𝑙𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 invece della quantità dei consumi. E culturale è la matrice della sua idea di conversione ecologica: non nasce tanto dalla paura della catastrofe, ma da un nuovo desiderio di 𝑠𝑒𝑛𝑠𝑜, da una rinnovata capacità di 𝑐𝑢𝑟𝑎 e da una differente prospettiva di 𝑓𝑒𝑙𝑖𝑐𝑖𝑡𝑎̀ che passa per il concetto di 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑎 il quale non può essere che 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑠𝑜. La 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑖𝑣𝑒𝑛𝑧𝑎 – tema centrale della sua riflessione – è la matrice comune: la stessa attenzione che regola i rapporti tra persone e comunità deve regolare il rapporto con il pianeta. Non c'è nessuna possibilità di ambire a realizzare la propria felicità individuale in un ambiente, materiale e sociale, ostile e infelice.
In questo quadro, 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 𝑒 𝑎𝑚𝑏𝑖𝑒𝑛𝑡𝑒 non sono solo due ambiti da coordinare ma due aspetti di una medesima responsabilità: non può esserci 𝑐𝑢𝑟𝑎 dell'ambiente senza una 𝑐𝑢𝑙𝑡𝑢𝑟𝑎 che la renda possibile, e non esiste una vera cultura che non si incarni in una pratica di cura del mondo in cui tutti viviamo.


Certo, Alex Alenger è molto più di quanto qui accennato velocemente: penso, tra le altre cose, anche al valore della 𝑐𝑜𝑛𝑣𝑖𝑣𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑝𝑎𝑐𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 (qui appena sfiorata) e della 𝑔𝑟𝑎𝑡𝑢𝑖𝑡𝑎̀ all'interno della sua riflessione: «In una società dove tutto è diventato merce (…) occorre la riabilitazione del “gratuito”, di ciò che si può usare ma non comperare»; e mi viene istintivo, in un ambiente sociale schizofrenico pronto a urlare sguaiatamente le proprie cosiddette radici cristiane, avvicinarlo a una frase di Francesco D'Assisi secondo cui «Desidero molto poco. E quel poco che desidero, lo desidero molto poco». Ma questo è un altro discorso...
Per il momento mi limito a pensare che forse è proprio il caso di celebrarlo questo matrimonio.
Forse è proprio il caso di concederci, finalmente, una consapevole opportunità.

Vito Davoli

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