Di seguito il testo dell'articolo di Federica Introna, pubblicato sull'edizione nazionale de L'Edicola del 28 luglio 2026
Davoli racconta le Apocalissi quotidiane con l'ironia di chi non rinuncia a sperare
Il poeta pugliese porta a compimento la trilogia avviata con "Contraddizioni" e "Carne e sangue" nel solco del Realismo Terminale. In quarantasei liriche, le guerre, le città globali e la crisi del sacro, compongono un referto con inattesi spiragli di resistenza e salvezza.
Il radicamento nella propria terra talvolta non è solo geografico: è una postura culturale, un modo di stare in periferia rispetto ai circuiti letterari romani e milanesi, senza per questo rinunciare alla proiezione internazionale. È il caso di Vito Davoli, barese di nascita, vive e lavora tra Molfetta e Bisceglie, la sua è un'identità intellettuale costruita su una base doppia: la laurea in Lettere Classiche da un lato, il giornalismo militante e l'attività editoriale dall'altro. Davoli traduce dall'inglese e dallo spagnolo, collabora con riviste ispanofone e latinoamericane, cura antologie multilingui, è vicedirettore della rivista elettronica La calce e il dado, e tra gli organizzatori della «Notte bianca di Poesia» tra Giovinazzo e Molfetta. Il suo percorso poetico si articola in una trilogia: Contraddizioni, Leucò, 2001, ristampata nel 2021, Carne e Sangue, Tabula Fati, 2022 e ora questo terzo capitolo, Tanto vale chiamare apocalissi. Esercizi di Realismo terminale, Tabula Fati, 2025.
Parallelo alla scrittura corre un impegno civile concreto: ha curato antologie contro la tortura e la pena di morte devolvendo integralmente i proventi ad associazioni umanitarie. Non è un dettaglio marginale: definisce il suo etico da cui nasce anche l'ultima silloge.
La misura degli oggetti
Come preannuncia il sottotitolo, il lavoro si inserisce nel movimento del Realismo Terminale fondato dal poeta milanese Guido Oldani, che ne firma la prefazione, a cui fa da contrappunto Gianni Antonio Palumbo nella postfazione. La poetica si fonda su tre assi: la proliferazione degli oggetti artificiali come sostituti dell'esperienza naturale, l'ammassamento dell'umanità in megalopoli che cancellano i margini e il silenzio, e un rovesciamento della metafora tradizionale, non più la natura come termine di paragone per l'uomo, ma l'oggetto tecnologico come misura di ogni cosa. Davoli aderisce a questo impianto non per obbedienza di scuola ma per affinità genuina: la sua Weltanschauung era già orientata in quella direzione.
Le quarantasei liriche che compongono la raccolta costruiscono un catalogo sistematico del presente. Il libro apre con la parola «accatastati», e già questo incipit è una dichiarazione di metodo: non si parte dall'io lirico, ma dalla massa anonima, dalla folla indistinta che schiaccia nelle città globali. Gli oggetti popolano i versi con una concretezza quasi maniacale: frigoriferi spalancati pieni di acqua piovana, droni con videocamere, codici a barre, lampioni, felpe usurate, ruote panoramiche spente, manomesse citazioni pop o straniamento fine a se stesso. Ogni oggetto è una prova, un referto clinico di come l’uomo contemporaneo abbia sostituito l’esperienza con il possesso e la relazione con il consumo.
Un sacro sconfitto
Il sacro non è affatto assente, ma ritorna costantemente sconfitto. In una delle liriche più efficaci, ambientata in una «Messa della Domenica delle Palme del 2025», Davoli registra l’ossessiva menzogna della pace nella liturgia mentre fuori le guerre si moltiplicano: il contrasto non viene commentato, semplicemente mostrato, e proprio per questo brucia. A differenza dell’Apocalisse giovannea, quella di Davoli non contempla nessun Cristo che torna a raddrizzare i torti: la salvezza, se esiste, è affare umano, orizzontale, quindi faticoso.
L'ironia come difesa
La scommessa più interessante del libro a mio avviso è stilistica. Davoli sceglie una cifra che non è da tutti, che pochi riescono a trovare e a conservare: non l’elegia, il grido profetico, la malinconia, il sarcasmo, lo sberleffo controllato. Non è una scelta di leggerezza: è una strategia di sopravvivenza e di efficacia. Il poeta non predica, non si dispera in pubblico, non emette verdetti dal pulpito. C’è qualcosa del Parini di questa operazione, nella misura in cui l’ironia non è distanza cinica, ma forma di amore ferito per ciò che si critica.
In alcune liriche poi, si aprono spiragli inaspettati: l’immagine del fuoco da riaccendere, il recupero possibile delle radici, la speranza come brace sotto la cenere. In queste torride giornate, mi piace ricordare la lirica Punti cardinali, in cui il Poeta lamenta: «Il caffè sta addosso come un sacchetto di plastica stretto», ma poi spinge lo sguardo dinanzi e si risolleva «ma io ho il mio quinto punto cardinale… il mare, il pertugio nella plastica, l’unico punto dove non mi perdo». Le sue non sono concessioni sentimentali: sono il segno che Davoli vorrebbe che il bozzolo in cui siamo intrappolati non fosse un sarcofago ma il primo stadio di vita di una farfalla.
La poesia come prova
Il bilinguismo italiano-spagnolo non è ornamento ma scelta culturale precisa, che inserisce il libro in un dialogo iberoamericano in cui l’autore è interlocutore riconosciuto da anni. Restano alcune tensioni irrisolte tra la radicalità della denuncia e la misura dell’ironia, ma è una tensione produttiva, non un difetto: tiene vivo il libro, gli impedisce di risolversi in un manifesto. La domanda che Montale pose nel 1975, «è ancora possibile la poesia?», resta aperta. A Davoli non interessa una risposta accademica, quanto mettersi alla prova, «vale la pena sporcare i fogli e sporcarsi le dita», e con quest’opera dimostra di saperlo fare, con Oldani direi, di saper «tenere botta con sudata consapevolezza.
Federica Introna